SPORT E DISABILITÀ
Atleti speciali e normodotati, due mondi separati o punti con coordinate diverse nel medesimo spazio?
Cosa significa la disabilità nello Sport
Assistiamo sempre più, nell’arco degli ultimi anni, alla messa in risalto ed evidenza dell’attività sportiva agonistica praticata dai, così detti, disabili.
Sembrerebbe che, quasi per scontare un malcelato senso di colpa le istituzioni sportive ed il sistema dei media si sentano in dovere di reclamizzare manifestazioni come li Special Olympics o le Para-olimpiadi.
In ossequio a questo apparente senso di colpa abbiamo visto come recentemente i media, appena concluse le Olimpiadi Parigine si sono affannati e spesi per proporre con la stessa dignità e con la stessa visibilità e presenza sui media le para-olimpiadi Parigine.
Ovvio che non sono mancati poi gli spot pubblicitari dove protagonisti erano le cosi dette persone portatrici di handicap fisici. Anche qui, da un lato, dando anche giustamente, pari dignità di presenza mediatica con gli sportivi “normodotati”, dall’altro però sfruttando anche, a fini commerciali (forse più questo aspetto che il precedente) i sentimenti di benevolenza che tali immagini possono suscitare sul potenziale cliente dei marchi pubblicizzati negli spot.
Detto questo corre però obbligo porsi una domanda e sorgono degli interrogativi, che penso a molti vengano spontanei:
Il primo: È tutto vero o dietro c’è un po’ di ipocrisia. Ipocrisia che serve a celare la reale esclusione e ghettizzazione delle persone che, per nascita o per incidente non potranno mai raggiungere i vertici delle discipline sportive classiche?
Il secondo (che poi è correlato con il precedente): Non sono tutte queste manifestazioni (e l’attenzione ad esse forzatamente correlata) ancor più ghettizzanti e discriminatorie ? A partire dalle loro stesse denominazioni: “Special”, “Para”..ecc.?
Per andare a cercare di dare una risposta a questi interrogativi pensiamo si debba andare alla radice e partire da un analisi di cosa si intenda per “Sport” ed anche per “Disabilità”.
Se partiamo da un concetto di Sport inteso come “Mens sana in corpore sano”, cioè come di un’attività umana di movimento che porti benessere fisico e mentale all’essere umano che la pratica, allora non abbiamo problemi, nel senso che non vi è disabilità che tenga. Tutti lo possono praticare perché fa bene a tutti indipendentemente dalle capacità di ognuno. Praticando lo sport, indipendentemente dal proprio grado di abilità di partenza nel praticarlo, ognuno ne trarrà un giovamento (ovviamente se tale attività viene proposta con cognizione di causa) sia dal punto di vista fisico sia mentale.
Se invece, all’estremo opposto, intendiamo lo Sport esclusivamente come competizione (perdendo quindi anche il suo aspetto ludico è, di fatto, secondo noi, stravolgendolo) le cose effettivamente cambiano ma anche qui bisogna fare dei distinguo.
Chi vince e chi perde in qualsiasi disciplina sportiva è determinato non solo dall’abilità e dalle caratteristiche fisiche dell’atleta o del partecipante ma anche ed indubbiamente dalle regole e dai parametri che sono stabiliti a monte e che definiscono quella singola disciplina sportiva.
Non a caso, infatti, già all’interno delle discipline sportive classiche per i così detti “normodotati” in alcuni sports come il pugilato, il karate, lo judo, persino il canottaggio (con i pesi leggeri) sono state istituite categorie di peso create per far gareggiare gli atleti nelle stesse condizioni. Secondo questa logica, che è condivisibile, non avrebbe senso infatti far competere un peso supermassimo (sopra i 92kg.) con un peso mosca (sotto i 51 kg.). D’altronde, altri sport, non avendo categorie ed essendo aperti indistintamente a tutti, hanno di fatto delle limitazioni fisiche che impediscono o rendono, di fatto difficile o anche molto difficile, l’accesso a tutti; Un cestista o un pallavolista di un metro e sessanta farebbe sicuramente molta fatica ad affermarsi così come un fantino od un ginnasta di oltre 100 kg. o di un’altezza superiore al metro e novanta.
(io personalmente amo vedere lo schieramento delle squadre di rugby agli inni nazionali dove, ad esempio, a fianco del nazionale Sudafricano Faf De Klerk – uno dei mediani più forti al mondo alto un metro e settantadue – si vede sfilare Eben Etzebeth . seconda linea di due metri e tre, che giocano insieme nella stessa squadra con pari importanza!)
Tutto questo per dire cosa?
Per dire che, a volte, i limiti tra abilità e disabilità nello sport, come nella vita vengono stabiliti dalle condizioni esterne, a volte dalle regole stesse dei confronti sportivi, a volte solo dal confronto e dalla competizione e non sono, in assoluto, intrinseche nella persona che vuole praticare una attività sportiva.
Basti pensare all’ambiente dove ci muoviamo ed agiamo. Se ci spostiamo a vivere dal nostro mondo pieno di luce in una grotta buia o nell’oscuro inverno artico i ruoli tra normo vedente ed ipovedente rapidamente si invertirebbero in quanto l’ipovedente, grazie al aver sviluppato maggiormente le sue qualità sensibili, al di fuori della vista, si troverebbe in netto vantaggio rispetto al normovedente avezzo a confidare esclusivamente sui suoi occhi.
È famoso d’altrode l’esempio di Gulliver che, nel corso delle peripezie descritte nel romanzo dei suoi viaggi, si trova prima ad essere un “diverso”, un così detto “disabile” perché troppo grande rispetto al mondo degli altri esseri umani che lo circondano poi, per le ragioni opposte, il mondo esterno in cui si trova ad agire è diventato troppo grande per lui e si trova nuovamente fuori dalla “normalità” con tutte le difficoltà (ma in alcuni casi anche le maggiori capacità in certe altre azioni come ben descritto nel romanzo). E tutto questo accade non perché sono mutate le condizioni/capacità fisiche del protagonista ma è mutato l’ambiente esterno!
Questo per dire che, in fin dei conti, senza volere assolutamente negare o sminuire le difficoltà che possono avere o vivere alcuni esseri umani, spesso l’esclusione da certe discipline sportive dipende esclusivamente dalla regole che si stabiliscono e dalle discipline che si inventano.
Gli atleti che corrono la maratona in sedia a rotelle arrivano di gran lunga prima al traguardo degli atleti che corrono sulle proprie gambe. Alle maratone, in giro per il mondo la gara si svolge in contemporanea, con classifiche separate, all’Olimpiade no, gli atleti in carrozzina vanno alle para olimpiadi. Perché ?
È vero loro si avvalgono, perché costretti, di un mezzo su ruote ma anche tutti i ciclisti lo fanno e loro partecipano alle Olimpiadi!
Quindi, ripeto, senza nulla voler togliere ai bisogni che certi Esseri Umani più fragili possono avere ed, anzi, ponendo particolare cura nel supportarli ed agevolarli nei punti deboli che possono avere e, però d’altro canto, mettendo in risalto i loro punti di forza, non dobbiamo mai dimenticare, come operatori sportivi che, spesso la diversità che noi vediamo nei partecipanti alle nostre attività deriva non dalla platea che abbiamo davanti ma dalla nostra capacità o meno di proporre attività che siano per TUTTI stimolanti, coinvolgenti, socializzanti, adattandole di continuo a coloro con i quali ci troviamo ad interagire.
E ricordando sempre che i limiti spesso possono essere in noi e non in chi ci sta di fronte.
Questa visione costituisce e deve costituire uno dei pilastri fondamentali della filosofia sportiva di AlterSport e del tipo di proposta sportiva che AlterSport intende formulare per tutti i partecipanti che si avvicineranno alle nostre attività ed è la proposta che si chiede ai nostri Operatori Sportivi di essere in grado di formulare.
di Italo Gerardi Scotti